Se domani un cliente vi chiedesse tutti i dati necessari per costruire il passaporto digitale del vostro prodotto, sareste in grado di fornirli?
Non una brochure. Non una dichiarazione ambientale generica. Non una pagina del sito dedicata alla sostenibilità.
Dati strutturati, aggiornati e collegati al prodotto: materiali, caratteristiche, informazioni ambientali, elementi utili alla riparazione, al riutilizzo o al riciclo, secondo ciò che sarà richiesto dalla normativa applicabile.
È questa la direzione indicata dal Digital Product Passport (DPP), il Passaporto Digitale di Prodotto introdotto nel quadro del Regolamento europeo Ecodesign for Sustainable Products Regulation (ESPR).
Il 20 luglio 2026 la Commissione europea ha reso operativo il registro europeo dei Digital Product Passport, insieme a un ambiente di test per gli operatori economici. A settembre è inoltre prevista una nuova tappa tecnica con l’adozione dei restanti standard europei che completano l’architettura del sistema.
Il messaggio per le aziende è chiaro: il Passaporto Digitale di Prodotto non è più soltanto un concetto da osservare.
È un sistema al quale conviene iniziare a prepararsi.
Che cos’è il Passaporto Digitale di Prodotto
Il Digital Product Passport può essere immaginato come una vera e propria carta d’identità digitale del prodotto.
Attraverso un supporto dati — per esempio un QR code o altra tecnologia definita per la specifica categoria di prodotto — sarà possibile accedere a informazioni pertinenti lungo il ciclo di vita del bene.
Anche i dati richiesti varieranno da un settore all’altro. A seconda del prodotto, il DPP potrà includere informazioni relative alla composizione dei materiali, alla durabilità, alla riparabilità, alla riciclabilità, alle sostanze di interesse, alle prestazioni ambientali, alla documentazione di conformità o alle indicazioni per la gestione del fine vita.
È quindi importante chiarire un punto: non esiste oggi un unico “modello di passaporto” identico per qualsiasi prodotto.
L’ESPR definisce l’architettura generale. I requisiti concreti vengono poi introdotti progressivamente attraverso atti delegati e normative specifiche per le diverse categorie.
Perché il 2026 segna un cambio di passo
Oggi lo scenario è diverso.
Il registro europeo è operativo. Una parte rilevante degli standard tecnici è stata pubblicata. Per il settore del ferro e dell’acciaio, indicato tra le priorità del piano di lavoro ESPR 2025-2030, l’adozione dell’atto delegato è indicativamente prevista nel quarto trimestre 2026. Per alcune categorie di batterie, il passaporto diventerà obbligatorio dal 18 febbraio 2027.
Le tempistiche saranno differenti tra i settori e, dopo l’adozione degli atti delegati ESPR, è previsto un periodo di transizione di almeno 18 mesi per gli operatori economici interessati.
Questo significa che non tutte le aziende devono creare domani un DPP.
Ma significa anche che aspettare la pubblicazione dell’ultimo requisito tecnico prima di iniziare a organizzare i dati potrebbe essere una strategia rischiosa.
Perché il vero lavoro non comincia dal QR code.
Comincia dai dati.
Il vero tema per le imprese sarà la qualità dei dati di prodotto
Quando si parla di Digital Product Passport, l’attenzione tende a concentrarsi sulla tecnologia: piattaforme, QR code, database, interoperabilità.
Il punto più delicato per molte organizzazioni sarà invece capire dove si trovano le informazioni, chi le possiede, con quale livello di qualità vengono raccolte e quanto facilmente possono essere aggiornate e condivise.
Pensiamo a un’impresa manifatturiera.
I dati sui materiali possono trovarsi negli acquisti. Le informazioni tecniche in produzione. I dati ambientali nell’ufficio HSE o sostenibilità. Le schede dei componenti presso i fornitori. Le informazioni sulla conformità in qualità. Le indicazioni sul fine vita potrebbero non essere ancora strutturate.
Il prodotto è uno solo, ma i suoi dati sono spesso frammentati in reparti, sistemi e documenti diversi.
Il DPP porta quindi alla luce una questione che va ben oltre la compliance: la capacità dell’azienda di costruire una vera governance del dato di prodotto.
Sapere quali informazioni esistono, chi ne è responsabile, come vengono validate e come possono accompagnare il prodotto lungo la catena del valore diventerà sempre più importante.
Dalla sostenibilità dichiarata alla sostenibilità dimostrabile
Il Passaporto Digitale di Prodotto si inserisce in una trasformazione più ampia della politica europea sulla sostenibilità.
Negli ultimi anni il principio è diventato sempre più evidente: non basta dichiarare che un prodotto è sostenibile. Occorre poter dimostrare, con informazioni attendibili e verificabili, su quali basi si fonda quella dichiarazione.
È lo stesso cambio culturale che vediamo nelle regole contro il greenwashing, nell’evoluzione dell’ecodesign, nelle politiche sull’economia circolare e nelle richieste di trasparenza che arrivano dalle filiere.
Il DPP aggiunge un elemento ulteriore: rende il dato potenzialmente accessibile e utilizzabile da soggetti diversi nel corso della vita del prodotto.
Non si tratta quindi soltanto di comunicazione.
Si tratta di trasformare le informazioni di sostenibilità in un’infrastruttura del prodotto.
E questo cambia il modo in cui le imprese dovrebbero guardare alla misurazione ambientale.
LCA ed EPD: perché possono diventare un vantaggio
In questo scenario, strumenti come Life Cycle Assessment (LCA) ed Environmental Product Declaration (EPD) assumono una rilevanza ancora maggiore.
Non perché un LCA o una EPD coincidano con il Digital Product Passport, né perché sostituiscano automaticamente i requisiti previsti dalla normativa.
Il loro valore è un altro.
Un’azienda che ha già condotto uno studio LCA ha iniziato a ricostruire in modo strutturato flussi di materia ed energia, processi, dati della supply chain e impatti associati al ciclo di vita del prodotto.
Un’impresa che dispone di una EPD ha inoltre affrontato un percorso di organizzazione e comunicazione standardizzata di informazioni ambientali basate su regole metodologiche definite.
Questo patrimonio informativo può rappresentare una base importante quando cresce la richiesta di dati ambientali di prodotto affidabili, aggiornabili e confrontabili.
Lo stesso vale per sistemi solidi di tracciabilità delle materie prime, procedure di raccolta dati presso i fornitori e processi interni chiari di responsabilità e validazione.
Il vantaggio sarà avere già costruito una parte dei processi e dell’infrastruttura dati necessari per rispondere a un mercato che chiede informazioni sempre più granulari.
Da dove partire oggi
La prima attività non dovrebbe essere acquistare una piattaforma per il DPP.
Dovrebbe essere capire quanto l’azienda è pronta.
Un percorso concreto può partire da cinque domande:
- Quali prodotti o famiglie di prodotto potrebbero rientrare per primi nelle nuove regole?
- Quali informazioni di prodotto possediamo già e in quali sistemi sono conservate?
- Quali dati ambientali e di filiera sono disponibili, e quali invece dipendono dai fornitori?
- Chi è responsabile della qualità e dell’aggiornamento di queste informazioni?
- Disponiamo già di studi LCA, EPD, Carbon Footprint o altri strumenti che possono rafforzare la base informativa?
Questo esercizio consente di trasformare un tema normativo complesso in una mappa operativa e di individuare in anticipo i gap: dati mancanti, informazioni non standardizzate, supply chain poco tracciata, responsabilità interne non definite.
Il DPP come opportunità, non solo come obbligo
Ridurre il Digital Product Passport a un nuovo adempimento sarebbe probabilmente un errore.
Una maggiore disponibilità di dati può migliorare la conoscenza del prodotto, rendere più efficiente lo scambio di informazioni nella filiera, facilitare la risposta alle richieste dei clienti e supportare strategie di circolarità, manutenzione, recupero e riciclo.
Per le imprese che vendono ad altre imprese, soprattutto in filiere europee complesse, la capacità di fornire dati strutturati e credibili può diventare anche un elemento di qualificazione commerciale.
La direzione è già visibile: sostenibilità, digitalizzazione del dato e tracciabilità stanno convergendo.
Il prodotto del futuro non sarà valutato soltanto per ciò che fa, per quanto costa o per come viene realizzato. Sarà sempre più importante sapere da quali materiali nasce, quali impatti genera, quanto dura, come può essere riparato e cosa può accadere alla fine della sua vita utile.
Il Digital Product Passport rende questa informazione parte integrante del prodotto stesso.
La domanda, quindi, non è soltanto quando il DPP diventerà obbligatorio per il proprio settore.
La domanda più utile è un’altra:
se domani dovessimo dimostrare la storia ambientale e materiale dei nostri prodotti attraverso dati strutturati e verificabili, saremmo pronti?
Prepararsi oggi significa trasformare un futuro requisito in un’occasione per conoscere meglio i propri prodotti, rafforzare la filiera e costruire un vantaggio competitivo basato sulla trasparenza.
Valore Sostenibile supporta gruppi industriali e PMI nei percorsi di misurazione e gestione delle performance ambientali di prodotto, attraverso studi LCA, certificazioni EPD e strumenti di sostenibilità capaci di trasformare i dati in decisioni.
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