Al 20 gennaio 2026 la rendicontazione di sostenibilità in Europa sta vivendo un passaggio delicato: la CSRD è entrata nella pratica, con i primi report pubblicati, ma l’Unione Europea sta contemporaneamente intervenendo per ridurre complessità e perimetro attraverso il pacchetto “Omnibus” e misure di transizione sugli ESRS.
Il punto cruciale, però, non è solo “quali aziende restano obbligate”. La domanda vera è un’altra: cosa succede alle aziende che, per effetto delle nuove soglie e dei rinvii, non saranno più formalmente tenute a rendicontare? La risposta è semplice e spesso controintuitiva: la pressione non diminuisce. Si sposta.
Finora abbiamo ragionato in modo lineare. Se ero in obbligo, mi organizzavo per rispettare una norma, uno standard, una scadenza. Se non ero in obbligo, potevo scegliere tempi e priorità. Nel 2026 questo schema non regge più, perché la richiesta di informazioni ESG sta diventando una forma di “compliance di mercato”, esercitata dagli stakeholder, più che un adempimento imposto dall’alto. È un cambio di paradigma: dalla compliance normativa alla stakeholder compliance.
Quando la regolazione normativa è forte, almeno è uniforme. Esistono un linguaggio comune, un set di disclosure, un calendario, e un perimetro relativamente chiaro. Quando invece la domanda arriva dalla catena del valore, la pressione diventa reticolare. Il cliente che deve rendicontare chiede dati per completare il proprio report. La banca chiede evidenze per leggere meglio il profilo di rischio. Il partner industriale vuole capire se sei “affidabile” nel medio periodo. E, nelle operazioni straordinarie, i temi ESG entrano nelle due diligence perché possono spostare condizioni, tempi e valutazioni.
In questo contesto, essere fuori dall’obbligo non significa essere fuori dal sistema. Significa, al contrario, stare dentro un sistema dove le richieste arrivano in modo meno standardizzato, spesso più frammentato e con tempi più rapidi. È qui che molte aziende, soprattutto PMI, incontrano il vero costo: non tanto nel “fare sostenibilità”, ma nel dover rispondere a richieste diverse, non allineate tra loro, ripetitive, talvolta urgenti, e spesso difficili da ricostruire perché mancano processi e responsabilità interne definite.
Ecco perché il rischio, nel 2026, non è “non dover rendicontare”. Il rischio è trovarsi a gestire la sostenibilità come una sequenza infinita di questionari e richieste spot, senza una base dati credibile e riutilizzabile. In quel caso, ogni richiesta diventa un progetto a sé, con duplicazioni, stime improvvisate, e una comunicazione che finisce per essere generica. Paradossalmente, è la situazione peggiore: molta fatica, poca credibilità, nessun vantaggio competitivo.
La risposta più intelligente non è inseguire il report perfetto, ma costruire un impianto minimo e solido che ti renda “rispondente” agli stakeholder, qualunque sia l’esito finale di Omnibus e della revisione ESRS. Servono pochi KPI, ma affidabili; una governance semplice, ma chiara; un metodo di raccolta dati che permetta di spiegare da dove arrivano i numeri; e un messaggio coerente fatto di impegni concreti e progressi misurabili. Se questa base esiste, il resto diventa molto più gestibile: rispondere a un cliente richiede ore, non settimane; parlare con una banca è un confronto sui dati, non sulle promesse; e anche l’eventuale ingresso futuro nel perimetro regolatorio non diventa un salto nel vuoto.
Nel prossimo futuro la traiettoria sembra consolidarsi: obblighi più concentrati sulle imprese più grandi, standard più maneggevoli, e una domanda informativa sempre più intensa lungo la supply chain. Per questo la domanda giusta, oggi, non è “sarò obbligato?”. È “sono pronto a rispondere in modo credibile e veloce a clienti, banche e partner, senza reinventare tutto ogni volta?”.
Massimo Lombardi
Amministratore Delegato
Valore Sostenibile Srl

