Nel mondo delle imprese, la sostenibilità non è più un’opzione. Oggi clienti, investitori e partner chiedono dati sempre più dettagliati sulle performance ambientali, sociali e di governance (ESG). Per rispondere a questa esigenza, negli ultimi anni sono nate decine di piattaforme di rating ESG, strumenti digitali pensati per raccogliere e analizzare le informazioni necessarie a valutare la solidità di un’azienda.
Un fenomeno in crescita, ma che sta generando un paradosso: invece di semplificare, rischia di complicare la vita alle imprese.
Un caso concreto
Prendiamo il caso – reale, anche se con nomi di fantasia – della Cartiera Verde Srl, media impresa del settore carta. Da anni pubblica un bilancio di sostenibilità redatto secondo gli standard GRI, certificato da terza parte ed ha anche già ottenuto un rating di sostenibilità. Nonostante ciò, un grande cliente internazionale le chiede di iscriversi a una piattaforma di rating ESG specifica, per caricare documenti e dati. La Cartiera Verde lo fa, impiegando giorni di lavoro e un team interno dedicato.
Dopo pochi mesi, arriva un secondo cliente, appartenente al settore retail, che chiede di aderire a una piattaforma diversa, con moduli simili ma non identici. Un terzo cliente, ancora, utilizza un altro sistema, più orientato al rischio di filiera.
Risultato? L’azienda si trova iscritta a tre piattaforme diverse, con un carico enorme di lavoro duplicato. Il direttore qualità racconta: “Abbiamo dovuto inserire le stesse informazioni tre volte, ma in formati differenti. Abbiamo speso risorse preziose che avremmo voluto destinare a progetti ambientali concreti. E ci chiediamo: che valore aggiunto c’è in tutto questo?”
Il costo nascosto della sostenibilità
Non si tratta di un caso isolato. Secondo stime di associazioni di categoria, migliaia di imprese italiane si trovano oggi a dover replicare lo stesso set di informazioni ESG su più piattaforme. Questo comporta:
- un costo nascosto in termini di ore lavoro e consulenze esterne,
- il rischio di dati incoerenti o non aggiornati,
- una disaffezione crescente verso strumenti che dovrebbero invece supportare la transizione sostenibile.
In pratica, il moltiplicarsi delle piattaforme rischia di trasformare un’opportunità di trasparenza in un esercizio burocratico.
Il bisogno di un principio di riconoscimento
La logica suggerirebbe una regola semplice: se un’azienda fosse già iscritta a una piattaforma riconosciuta per la sua autorevolezza, quella iscrizione dovrebbe essere sufficiente a rispondere anche alle richieste successive di altri clienti. Sarebbe un modo per ridurre duplicazioni e spingere le piattaforme stesse a innalzare il livello di qualità e affidabilità.
La proposta: un albo nazionale
Per dare concretezza a questa idea, proponiamo l’istituzione, presso il Ministero dell’Ambiente, di un albo ufficiale delle piattaforme ESG riconosciute. L’albo dovrebbe includere soltanto quelle che rispettano criteri chiari di trasparenza metodologica, comparabilità internazionale e coerenza con standard consolidati come GRI ed ESRS.
Un simile strumento darebbe alle imprese la possibilità di muoversi in un quadro regolato, senza dover rispondere a richieste casuali o ridondanti. E ai clienti offrirebbe la certezza di dati affidabili e confrontabili.
Per un sistema più efficiente e credibile
Il proliferare incontrollato delle piattaforme rischia di indebolire la fiducia nel sistema della rendicontazione ESG. Perché il vero obiettivo non è compilare moduli, ma migliorare le performance di sostenibilità delle aziende, riducendo impatti ambientali, garantendo condizioni di lavoro eque, creando valore condiviso.
Per arrivarci servono strumenti semplici, condivisi e riconosciuti.
Se anche la vostra impresa si sta confrontando con queste sfide e volete approfondire possibili soluzioni, contattatemi: sarò felice di ascoltare la vostra esperienza e ragionare insieme su percorsi più efficaci.
Massimo Lombardi
ESG manager
Valore Sostenibile Srl

